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«OMICIDIO D’ONORE», ULTIMO ATTO PER IL SOSPETTO ASSASSINO
Fonte: castelloincantato.it - 10/02/2020
Di  Alberto Barcellona
Non ci sta alla pesante condanna piovuta sul suo capo. E s’è rivolto alla Cassazione per un terzo procedimento, con la speranza di ottenere il colpo di spugna.
Così per niscemese Giuseppe Cilio che è stato condannato, in appello, a 24 anni di carcere per un omicidio. In primo grado, invece, s’è visto piovere sul capo la condanna al carcere a vita.
Vittima del delitto è il ventiduenne Orazio Sotti freddato a colpi di pistola nel lontano 1999. Un agguato teso davanti il garage della stessa vittima.

Un’azione che, però, non sarebbe stata premeditata. Da qui la riduzione nel secondo passaggio in aula.
È per questioni passionali, secondo la ricostruzione dell’accusa, che si sarebbe consumato l’agguato. Per questioni di donne.
E l’imputato – mentre il fratello che era stato ritenuto il mandante è stato poi assolto – avrebbe agito per vendetta. Questa, almeno è la tesi dei magistrati e della polizia.

Ma v’è un dettaglio non da poco. L’arma utilizzata per uccidere Sotti, una pistola, non è stata mai trovata. È sempre rimasta nell’ombra. Non c’è l’arma del delitto.
Sullo sfondo, le dichiarazioni di alcuni testimoni che, però, i legali dell’imputato hanno sconfessato tacciandole come inattendibili.
Toccherà alla Suprema Corte scrivere l’ultima pagina di questa vicenda che ha seminato morte per questioni, sembrerebbe, che un tempo venivano indicate come di onore.
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